Il boicottaggio della Cina contro H&M e altri brand internazionali

In Cina i più grandi media nazionali stanno esplicitamente invitando i cittadini a non acquistare prodotti H&M. Alcuni influencer e celebrità, tra cui l’attore Huang Xuan, hanno interrotto gli accordi di sponsorizzazione che li legavano al brand, e addirittura gli acquisti online della marca vengono ostacolati, eliminando i prodotti da Alibaba o non permettendo ad Android di scaricare l’app mobile.

Cosa ha combinato H&M per meritarsi tutto questo?

Lo scorso settembre l’azienda multinazionale ha emesso un comunicato stampa in cui esponeva uno stop all’utilizzo di cotone proveniente dalla regione dello Xinjiang nella produzione dei propri capi, a causa della presunta violazione dei diritti dei lavoratori uiguri e di altre minoranze musulmane da parte del governo cinese:

«Il gruppo H&M è profondamente preoccupato per i resoconti delle organizzazioni, della società civile e dei media riguardo alle accuse di lavoro forzato e di discriminazione delle minoranze nella regione autonoma dello Xinjiang (XUAR). […] Il cotone per la nostra produzione non verrà più acquistato da questa zona.»

H&M logo
Fonte: Unsplash

Nonostante la dichiarazione di H&M, la polemica scatenata e il conseguente tentativo di boicottaggio sono dovuti alle recenti sanzioni dello scorso 22 marzo 2021. Interventi decisi da Stati Uniti, Unione Europea, Gran Bretagna e Canada contro i funzionari cinesi accusati di violazioni ai diritti umani nello Xinjiang nei confronti di uiguri e minoranze musulmane.

Le recenti azioni da parte della Cina

L’emittente televisiva CCTV, China Central Television, la più grande del Paese, accusa i brand stranieri Nike, Adidas, Zara, Burberry e soprattutto H&M di attaccare e denigrare la Cina con delle bugie e falsità, nonostante i grandi profitti che riescono a trarre proprio da questo Paese.

La campagna di boicottaggio continua anche su giornali e sui social network come Weibo, uno dei più diffusi in Cina, con un hashtag che tradotto significa: “Io sostengo il cotone dello Xinjiang”.

Uomini uiguri pregano nella provincia dello Xinjiang. Fonte: Getty Images

È chiaro che la leva su cui spinge il governo e i media nazionali è il patriottismo. In che modo? Accusando il nemico straniero di trarre beneficio dal benessere del Paese senza rispetto della sua cultura, usi e costumi. Quest’operazione ad oggi sembra avere successo.

Il lavoro forzato in Cina, tra accuse e smentite

La Cina ricava l’87% del cotone dalla regione dello Xinjiang. Dallo scorso anno gli USA avevano introdotto sanzioni sul cotone provenienti da questa regione fino ad un totale divieto dell’importazione per il presunto sfruttamento sotto forma di prigionia e lavoro forzato degli uiguri.

Da parecchio tempo alcuni Paesi rivolgono accuse simili alla Cina, riferendosi a veri e propri campi d’internamento in cui le condizioni dei diritti umani dei lavoratori sono portate al limite, e anche oltre, per riuscire ad avere il controllo sulle minoranze etniche. A queste accuse Pechino ha sempre risposto che quei campi sono stati istituiti per la lotta al terrorismo.

Tutto quello che viene detto dai governi o dai brand stranieri viene considerato un pettegolezzo falso e senza basi valide. Anzi, nel caso di H&M l’azienda viene accusata di voler boicottare il cotone dalla regione rifiutandosi di usare prodotti cinesi esclusivamente per motivi commerciali.

Le conseguenze del boicottaggio

H&M in Cina ha il suo quarto mercato più grande al mondo, ma dopo l’esplicita dichiarazione di guerra e il “non comprate” che risuona nei media cinesi, i prodotti del brand sono spariti da tutte le piattaforme di acquisti online. L’applicazione è stata rimossa da Android e persino i negozi fisici sono spariti dalle mappe online. Le ripercussioni sono state inevitabili anche nel breve termine: le azioni in borsa sono diminuite del 3% e le vendite crollate.

Ad oggi la sede centrale del marchio rimane in silenzio per non alimentare la questione, mentre la divisione cinese sottolinea come la scelta di abbandonare il cotone della regione sia di carattere sostenibile come molte altre iniziative del brand, e non una presa di posizione politica.

Quello della Cina sembra un tentativo di fronteggiare l’evidente calo degli ordini internazionali dei prodotti dello Xinjiang attraverso i consumatori interni, usando la leva del patriottismo per convincerli a comprare prodotti cinesi, con lo scopo di fronteggiare le perdite.

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