Brand activism: un intramontabile evergreen

Per l’Edelmann Trust Barometer 2020, l’85% dei consumatori sostiene la necessità che il brand faccia ciò che è giusto, prendendo sempre una chiara posizione, così da poter godere di fiducia.

Il concetto di brand activism non è una novità, ma la pandemia globale di questo 2020 ha definitivamente chiarito che l’impegno delle aziende non può concentrarsi unicamente sul miglioramento del profitto economico. Ecco, dunque, che l’attivismo entra in prima linea nelle strategie di corporate communication.

Alla corporate social responsibility si impone oggi di dedicare ingenti sforzi anche in ambito sociale, al fine di contribuire al raggiungimento del bene comune, di ciò che è giusto.

Oggi si avverte una crescente sfiducia nell’establishment politico e istituzionale, il che spinge e impone ulteriormente alle aziende di scendere in campo e attivarsi per la gestione di problematiche che attanagliano la società in un determinato momento.

L’attivismo è altresì imposto dal dilagare dei social media, che manifestano e pongono interrogativi in merito alle questioni sociali, dando origine peraltro a una discussione democratica (si pensi al fatto che l’audience, nella logica dei social media, è chiamata a prendere parte attiva nelle conversazioni, tramite gradimenti, commenti, condivisioni etc.).

In questo 2020 sono stati tanti gli eventi che hanno imposto alle aziende di prendere una posizione netta, schierandosi nel dibattito.

Taffo come parte attiva nella lotta contro il Covid 19

“O state a casa, o staremo tutti in cassa” dice Taffo.

Taffo Funeral Services è famosa per l’ironia dei suoi slogan, e per il modo inconsueto in cui sfrutta la morte per trasmettere un messaggio di prevenzione o un proprio credo, sotto vari aspetti.

Anche durante la pandemia da Covid 19, a marzo 2020 Taffo non si è smentita, prendendo parte attiva nella diffusione di un messaggio apparentemente semplice, ma evidentemente di difficile comprensione (e attuazione) per molti: “state a casa”. Con un “divertente” post, ha cercato di persuadere il popolo di Instagram a far valere il senso civico.

L’hashtag #stateacasa come monito per la quarantena è diventato virale in quella fase della pandemia, e molti personaggi pubblici e brand hanno preso parte attiva per tentare di convincere le persone a rimanere nelle proprie abitazioni per il bene loro e di tutti.

“For once, don’t do it”: Nike non ci sta, e lancia un messaggio

Nike, giocando abilmente con la modifica del canonico slogan Just do it, chiede al mondo di non voltare le spalle ai problemi, e di non far finta che il razzismo non esista. Invita ciascuno di noi a prendere parte al cambiamento, affinché nel mondo non si senta più parlare di discriminazioni legate al colore della pelle. L’uccisione di George Floyd non è passata inosservata, per fortuna, e molti brand si sono impegnati nella diffusione di messaggi di pace, contro una simile e insensata violenza gratuita.

Ecco la scelta e la call to action che Nike rivolge ai suoi clienti: non rimanere in silenzio.

 

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Per Uber, “Black Lives Matter”

Dara Khosrowshahi ha inviato una mail a tutti i clienti Uber, in cui annunciava una brillante iniziativa: uno sconto sulla corsa ai passeggeri diretti verso attività commerciali gestite da persone di colore, soprattutto quelle entrate in crisi a causa del virus Covid 19, e uno sconto sui costi di consegna per il servizio delivery di Uber Eats alle medesime condizioni. Con una simile presa di posizione, Uber esplicita in maniera limpida quali sono le sue preferenze in merito alla clientela: pare evidente che i razzisti non sono i benvenuti a salire sulle famose macchine nere e a usufruire del servizio.

 

 

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La compagnia non si limita a questo, e prosegue nella lotta attiva contro il razzismo con una donazione di 1 milione di dollari al Center For Policing Equity e all’Equal Justice Initiative, a sostegno del movimento Black Lives Matter.

 

 

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Patagonia: la sostenibilità prima di tutto

“We want your junk mail”.

Con questo slogan fuori dagli schemi, il 17 novembre 2020 Patagonia si prepara a modo suo a uno degli eventi più attesi dell’anno: il Black Friday. Non è la prima volta che Yvon Chouinard combatte si schiera contro il colosso del consumismo. In Don’t buy this jacket del 2011, anche quest’anno, la voce del brand californiano si fa sentire.

Ponendosi in controtendenza e facendosi promotore di una call to action molto chiara, Patagonia invita il cliente a spedire per posta al brand i capi dismessi nell’armadio, così che questi possano essere indossati da qualcun altro. In cambio, il marchio offre dei crediti spendibili sul suo sito e-commerce. Obiettivo della campagna è naturalmente ridurre gli sprechi, e risparmiare energia necessaria alla creazione di nuovi capi.

 

 

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Un’altra iniziativa degna di nota è quella del 9 dicembre 2020, ReCrafted. La nuova collezione propone vestiti nati da altri vestiti. Gli abiti sono confezionati partendo da pezzi di stoffa di vecchie collezioni, conservati nel centro riparazioni di Patagonia. Questa idea nasce dalla voglia di usare l’immaginazione per creare nuovi prodotti partendo da ciò che comunemente viene definito scarto. Queste sono solo due delle strategie di un brand che è da sempre in prima linea nella lotta a favore dell’ambiente.

 

 

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L’attivismo aiuta considerevolmente a definire con precisione l’identità di un brand e, di conseguenza, a rinforzare l’awareness dei consumatori nei confronti di esso. Oggi siamo tutti chiamati all’azione, e le aziende, come si è visto, sono in prima linea su questo versante. Senza attivismo sembrerà di fare i conti con un brand fantasma, senz’anima. Oggi l’attivismo è il motore del progresso.

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