Come distanziarsi da sé per controllare lo stress con la Third-person self-talk

In qualsiasi film che si rispetti, nel momento di tensione massima, l’eroe tira un bel sospiro e si ripete mentalmente: “Tu puoi farcela”. Sì, proprio così, si rivolge a se stesso usando il “tu’” e non la prima persona.

Un esercizio molto utile

Strano, ma vero: parlare con il proprio self in terza persona aiuta la regolazione emotiva. È una pratica utile durante i periodi di forte stress e tristezza, quando una soggetto si ritrova a rimuginare sulle esperienze dolorose del proprio passato o semplicemente quando il suo cervello sta entrando in un “loop negativo”.

Ricorrere ai pronomi in terza persona o addirittura al proprio nome, può aiutare un individuo in crisi a ritrovare la calma e a distaccarsi dal turbinìo di emozioni che gli impedisce di essere oggettivo e razionale in quel momento.

third person self-talk
Un momento di stress in cui si è emotivamente molto coinvolti. Fonte: unsplash.com

Dentro le dinamiche cerebrali

Parlando con il proprio “io” in seconda o terza persona (ad esempio: “Marco, ne vale la pena che ti arrovelli su questo dettaglio? Sai che non è così”, pensato da Marco stesso) il proprio grado di coinvolgimento si riduce notevolmente. Di conseguenza Marco riuscirà ad essere più lucido e distaccato, visualizzando il contesto da “fuori”, come se non fosse più dentro il suo corpo, ma si guardasse dall’esterno.

Da recenti studi è emerso che il dialogo interiore può realmente regolare le emozioni ed aumentare l’autocontrollo, facilitando il distanziamento da se stessi e diminuendo il livello di coinvolgimento emotivo.

Questa pratica può agevolare qualsiasi individuo non solo nella vita quotidiana, ma anche in contesti lavorativi, dove essere lucidi e produttivi è una necessità.

Uno studio americano

In Michigan, due laboratori hanno condotto delle ricerche per capire meglio quali siano i meccanismi che muovono il cervello umano per rispondere in questo modo agli stimoli linguistici sopra illustrati.

Entrambi gli studi sono giunti alla conclusione che quello descritto sia un metodo realmente efficace. Ecco come si sono svolti:

  1. Nell’esperimento sostenuto al Moser’s Clinical Psychophysiology Lab, i partecipanti hanno dovuto visualizzare immagini neutre e di disturbo, e reagire ad entrambe in prima e terza persona mentre l’attività del loro cervello era monitorata. Rispondendo istintivamente alle immagini di disturbo, come un uomo pronto a spararsi con la pistola o simili, l’attività emotiva del cervello decresceva molto velocemente quando avveniva il monologo in terza persona;
  2. Il secondo esperimento è stato condotto dal professore Ethan Kross. I partecipanti riflettevano su esperienze dolorose del loro passato usando, di nuovo, la prima e la terza persona, mentre la loro attività cerebrale era misurata. Il risultato è stato molto simile, con una regolazione emotiva migliore nel third-person self talk.
Esempio di third-person self-talk
Decorazione per la scrivania con un esempio di Third Person Talk. Fonte: unsplash.com

Un ulteriore approfondimento

Quando un soggetto parla ai suoi conoscenti ed alle persone a cui vuole bene, tende a ponderare di più i giudizi e ad essere meno severo rispetto a come giudicherebbe se stesso nelle situazioni di stress. In circostanze del genere, infatti, normalmente si tende ad essere maggiormente autocritici, a fare ragionamenti poco lucidi, sempre più negativi e controproducenti.

Trattarsi come se ci si riferisse ad un’altra persona aiuterà gli individui a trovare più facilmente la pace ed a diminuire il livello di stress. Il cervello, senza bisogno di pensarci razionalmente, riduce automaticamente il livello di coinvolgimento e permette al soggetto coinvolto di osservare la situazione in maniera più lucida e distaccata in un lasso di tempo ridotto.

Questo processo è dovuto ad un’immediata riduzione delle attività di un’area del cervello coinvolta nell’elaborazione delle esperienze emozionali dolorose, la corteccia pre-frontale mediale: si tratta della porzione più anteriore del cervello stesso che ricopre un ruolo cruciale nella cognizione e nel comportamento influenzato dall’emozione.

Parlare al proprio “io” utilizzando questa tecnica permetterà, senza fatica, di influenzare l’area descritta e mettere in pratica una tecnica di self control.

Come gestire lo stess a un meeting
Meeting di lavoro: un altro momento di possibile stress. Fonte: unsplash.com

Quando è utile questa tecnica

Occorre ricordare che la soluzione proposta sarà utile non solo per evitare il “loop dei pensieri negativi”, ma anche semplicemente per placare la tensione e alzare i livelli della propria performance. Il self-distancing aiuta qualsiasi individuo a controllare le sue emozioni e comportamenti.

Basta fare un passo indietro da se stessi e distanziarsi dalle proprie sensazioni. Ad alcuni sembrerà assurdo, ad altri semplicissimo: non è facile né immediato. Questo fenomeno è una delle tecniche più semplici di auto-aiuto in momenti di stress, ma richiede un certo allenamento e soprattutto l’abilità di riconoscere subito quando è il momento di intervenire con sé stessi, perché mente ed emozioni stanno prendendo il sopravvento.

Si può considerare un “rimedio della nonna” infallibile e che trova la sua origine nel passato, ma, se si sapranno utilizzare le tecniche illustrate nella giusta maniera, le performance lavorative e l’autocontrollo di chi le utilizzerà saliranno ad un altro livello.

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