Il sistema del fast fashion sembra rialzarsi dalla crisi con aumenti di ricavi e vendite

La struttura di produzione e di consumo legata al fast fashion non cede di fronte al Covid.
A non essere cambiata non è la sola catena produttiva, ma anche le stesse abitudini di acquisto da parte dei consumatori.

Un consumo più responsabile ed una produzione più sostenibile?

Si ipotizzava che il blocco e il rallentamento del modello di business del fast fashion, responsabile del 10% dell’inquinamento ambientale, avrebbe portato ad un calo delle produzioni in serie ed un rallentamento dei vari cicli di stagione. Il consumo sarebbe quindi divenuto più responsabile e la produzione più sostenibile. Ci credevamo, ci abbiamo creduto ma è stata semplice utopia.

Il sistema sembra che continuerà a focalizzarsi su di una sovrapproduzione di articoli, molti dei quali, in grandi quantità, continueranno a finire nelle varie discariche.

Durante il summit della moda di Copenaghen era stato evidenziato come la moda fosse responsabile del consumo di 80 miliardi di metri cubi di acqua dolce, un milione di tonnellate di CO2 e della produzione di 92 milioni di quintali di rifiuti. Il tutto si traduce in un impatto ambientale terrificante.

Abbiamo davanti a noi una catena di montaggio senza possibilità di fermarsi, il pulsante di spegnimento non è mai stato creato, né preso in considerazione. Questo lo si deve alla continua ed insaziabile pratica del consumatore di essere preda di acquisti ripetuti in brevi archi di tempo. Secondo Mckinsey and Company il consumatore medio ha acquistato il 60% in più di capi di abbigliamento nel 2014 rispetto al 2000; ma ha conservato il capo per la metà del tempo.

Zara, H&M, Bershka
Zara, H&M, Bershka, Cos – Fonte: Pambianconews

Miglioramento in termini di utile e di vendite

Panbianco News riporta che le azioni di H&M hanno registrato un balzo del 12% con un ritorno all’utile superiore alle aspettative. Inditex (multinazionale che controlla Zara, Pull and Bear, Bershka e Stradivarius) ha evidenziato nel secondo trimestre un utile di 214 milioni di euro, contro il rosso di 409 milioni del Q1. Primark secondo la Associated British Foods registra alti volumi di vendita. Anche ASOS ha avuto un aumento del 329% di utile al lordo delle imposte, con incremento del 19% a livello di vendite nel Regno Unito, in Europa e negli Stati Uniti.

Sorge una domanda: abbiamo realmente cambiato le nostre pratiche di acquisto a favore di un consumo responsabile e sostenibile? La risposta sembra essere negativa.

Soffocati dallo shopping
Immersi nello shopping compulsivo – Fonte: Pazienti.it

Verso una dimensione più umana

Siamo tornati a fare shopping come se nulla fosse, incantati e sopraffatti dalle continue e irrinunciabili offerte di questi brand, per prodotti che pensandoci bene, dureranno uno o due mesi nel nostro armadio, per poi dimenticarcene.

Come ha raccomandato nel mese di maggio il genio della moda italiano, Giorgio Armani:

L’emergenza attuale dimostra come un rallentamento attento ed intelligente sia la sola via d’uscita. Una strada che finalmente riporterà il valore al nostro lavoro e che ne farà percepire l’importanza e il valore vero al pubblico finale.

La “dimensione umana” resta l’unica soluzione per bloccare un sistema ormai “tossico” che ogni anno brucia quintali di invenduto.

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